Tanti investimenti e slogan, ma nella realtà solo fumo negli occhi.
Ancora una volta le istituzioni canarie suonano la grancassa, oramai stucchevole, per “trasformare” il modello turistico delle isole. Un ritornello che si ripete da talmente tanto tempo che crederci è diventato davvero difficile. A ogni nuova dichiarazione vengono riproposti i soliti aggettivi inflazionati: sostenibilità, spesso solo a parole, con ben poco di concreto nei fatti; nuove strategie economiche, un’espressione ripetuta fino alla noia; competitività, termine ormai svuotato di significato.
Tra le iniziative spicca “Isole Canarie: destinazione vulcani”, con un budget di 470.000 euro destinato alla promozione dei paesaggi vulcanici delle isole. Nulla di nuovo sotto il sole: il Parco Nazionale di Timanfaya o il Teide attirano visitatori da decenni. La differenza oggi è un nome altisonante e un finanziamento pubblico.
Altri progetti includono la gestione dei rifiuti nel settore turistico (come se fino ad ora nessuno si fosse accorto del problema) e la digitalizzazione dell’offerta, come se il vero ostacolo del turismo fosse l’impossibilità di prenotare un’escursione online.
Il divario tra strategia e realtà
Parallelamente, l’esecutivo regionale ha individuato 14 aree strategiche per diversificare l’economia: turismo sanitario, economia blu, settore audiovisivo. Tutto interessante, almeno sulla carta. Nei fatti, l’economia canaria continua a poggiare quasi esclusivamente sul turismo balneare di massa.
Nel frattempo, comuni come San Bartolomé de Tirajana e Mogán – dove si concentra la maggior parte dell’attività turistica – restano ancorati ai soliti problemi: infrastrutture obsolete, urbanistica trascurata, prezzi insostenibili per i residenti e una dipendenza cronica dai tour operator.
Playa del Inglés, emblema di un modello in crisi
Playa del Inglés, uno dei principali motori economici dell’isola, incarna perfettamente questa contraddizione. Si parla di modernizzazione, ma i centri commerciali sono in decadenza, l’abbandono degli spazi pubblici e la mancanza di investimenti reali continuano a compromettere l’immagine della destinazione.
La FEHT (Federazione degli imprenditori dell’ospitalità e del turismo) denuncia da anni l’urgenza di riqualificare queste aree, ma le istituzioni sembrano più interessate a produrre slogan e campagne pubblicitarie, più che a intervenire concretamente. La demolizione, appena confermata, del Centro Commerciale Metro dopo anni di degrado è solo la punta dell’iceberg.
L’attesa di una vera rigenerazione
Imprenditori e albergatori chiedono da tempo piani d’azione solidi, che vadano oltre i dépliant patinati e il greenwashing mascherato da sostenibilità. Playa del Inglés continua a sostenere gran parte dell’economia canaria, ma non riceve in cambio la riqualificazione strutturale necessaria per restare competitiva a livello internazionale.
Ancora una volta, il Governo regionale sfodera il lessico brillante da conferenza stampa, promettendo una modernizzazione che suona bene tra microfoni e flash, ma che evapora al primo contatto con la realtà.
A cosa serve parlare di turismo “più sostenibile” se poi i visitatori devono farsi largo tra centri commerciali decadenti, marciapiedi sconnessi, cartelli arrugginiti e un degrado diffuso fatto di sporcizia, sacchi di rifiuti abbandonati? La sostenibilità, quella vera, non si scrive nei bandi e non si improvvisa con qualche spot: si costruisce (letteralmente) sul territorio, giorno dopo giorno, con manutenzione, decoro e rispetto per chi vive e lavora nei luoghi che si vogliono vendere come “paradisi turistici”.
Di Italiano alle Canarie