Ogni anno sparisce oltre una tonnellata di pietra vulcanica. E le istituzioni restano a guardare.

1. Un arcipelago sotto assedio.

Le Isole Canarie, paradiso vulcanico spagnolo nel cuore dell’Atlantico, stanno subendo un lento ma costante saccheggio. Ogni anno, oltre 1.200 chili di pietra vulcanica vengono sottratti da Lanzarote, un’isola patrimonio dell’UNESCO, famosa per i suoi paesaggi lunari modellati da eruzioni storiche e protetti da norme ambientali oggi largamente disattese.

Ancora più allarmante la situazione a Fuerteventura: dalla suggestiva “Playa de las Palomitas” – celebre per la sabbia bianca simile a popcorn, composta in realtà da frammenti di corallo e alghe calcaree – scompare circa una tonnellata di materiale naturale al mese, compromettendo un ecosistema fragile e irriproducibile.

2. Un problema strutturale, una vigilanza inadeguata.

Il quadro è desolante. A Lanzarote, solo otto agenti ambientali devono sorvegliare l’intero territorio, comprese le isolette come La Graciosa. A Fuerteventura la situazione non è molto diversa: la sproporzione tra risorse disponibili e pressione turistica è tale da rendere inefficace qualsiasi tentativo di protezione.


Il turismo, incentivato come motore economico da istituzioni e imprese, ha superato di gran lunga le capacità di controllo. I cabildos – i governi insulari – restano in silenzio o si limitano a misure formali, spesso più simboliche che risolutive. Manca una strategia coordinata che metta davvero al centro la tutela dell’ambiente.

3. Souvenir proibiti: un reato che passa sotto silenzio.

Negli aeroporti delle Canarie vengono sequestrati ogni giorno souvenir illegali: pietre, sabbia, conchiglie, pezzi di lava. I turisti cercano di portarli via come trofei, convinti che si tratti di gesti innocui. Le sanzioni, però, sono rare e applicate solo nei casi più evidenti. Il sistema di controllo è lacunoso e privo di reali strumenti dissuasivi. Mancano campagne informative efficaci e una volontà politica chiara.

Il risultato è un furto sistematico, nascosto nelle valigie e tollerato nell’indifferenza generale, che erode lentamente il patrimonio naturale dell’arcipelago.

4. Ambiente violato: tra vandalismo e abusi.

Oltre al furto di materiali naturali, si moltiplicano episodi di degrado ambientale: feste illegali in aree protette, campeggi abusivi, calpestio di colate laviche millenarie, graffiti su formazioni geologiche uniche. La pressione antropica è tale da rendere inattuabile ogni regolamento, che spesso resta lettera morta.

Le Canarie rischiano di diventare un parco tematico fuori controllo, dove la cartolina si consuma nell’atto stesso di essere fotografata. Gli effetti sul paesaggio, sull’ecosistema e sull’identità culturale delle isole sono già tangibili.

5. Un modello al collasso.

Le campagne di sensibilizzazione, troppo generiche, non incidono. Le multe sono sporadiche, le denunce poche, e il senso civico pressoché assente. Gli operatori turistici faticano a conciliare interessi economici con responsabilità ambientali.

Nel frattempo, la “marca Canarias” – l’immagine turistica costruita su natura incontaminata e biodiversità – si sgretola ogni giorno di più, vittima di un modello che privilegia la quantità alla qualità, il consumo alla conservazione.

Serve una riflessione profonda sul tipo di sviluppo che le Canarie vogliono perseguire, prima che il danno diventi irreversibile.

Anche in questo caso, le parole d’ordine come sostenibilità, biodiversità, Green Deal e Agenda 2030 si rivelano spesso meri slogan, sbandierati nei documenti istituzionali e nei convegni internazionali, ma incapaci di tradursi in azioni concrete.

La realtà sul campo racconta un’altra storia: quella di un sistema che, dietro una facciata ecologista, continua a piegarsi alle logiche del profitto immediato, sacrificando l’ambiente sull’altare della crescita turistica illimitata.

Di Italiano alle Canarie